Il denaro (dal Qoèlet)

Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro e chi ama la ricchezza, non ne trae profitto. Anche questo è vanità.

Con il crescere dei beni i parassiti aumentano e qual vantaggio ne riceve il padrone, se non di vederli con gli occhi?

Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi;

ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire.

Un altro brutto malanno ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a proprio danno.

Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani.

Come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé.

Anche questo è un brutto malanno: che se ne vada proprio come è venuto. Qual vantaggio ricava dall’aver gettato le sue fatiche al vento?

Inoltre avrà passato tutti i suoi giorni nell’oscurità e nel pianto fra molti guai, malanni e crucci.

Ecco quello che ho concluso: è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questa la sua sorte.

Ogni uomo, a cui Dio concede ricchezze e beni, ha anche facoltà di goderli e prendersene la sua parte e di godere delle sue fatiche: anche questo è dono di Dio.

Egli non penserà infatti molto ai giorni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore.

Eduardo

Io chesto tengo:
tengo ‘o pparla’ nfaccia.
Pure si m’aggia fa’ nemico ‘Ddio
e me trovo cu isso
faccia a ffaccia,
nfaccia lle dico chello c’aggia di’.
Se scummoglia ‘o fenucchio?
E se scummoglia!
Cca’, pe’ tene’ cupierte st’altarine,
se so’ mbrugliate ‘e llengue
e nun se sa’pe
chi te fa bene
e chi male te fa.
Si nun se mett’ ‘o dito ncopp’ ‘apiaga
e se pulezza scafutann’ ‘a rinto
fino a che scorre ‘o sango
russo e vivo
cumm’ a chello ‘e Giesù
nostro Signore
‘a piaga puzza!
E siente nu fetore
ca t’abbelena ll’aria
‘a terra
‘o mare.
E nuie vulimmo ll’aria fresca e pura
celeste e mbarzamata
e chillu viento
ca vulanno
e passànno
a rras’ ‘e mare
se piglia ‘addore
e ‘a mena int’ ‘e balcune
pè dint’ ‘e stanze
e arriva ncopp’ ‘e lloggie
d’ ‘e case noste.

Orazio – Le malie di Canidia

‘Per tutti gli dei che in cielo governanoil genere umano e la terra,cos’è questo fermento?perché tutte mi guardate con occhi truci? Per i tuoi figli, se a presenziare un tuo parto hai mai invocato Lucina, per questo vano ornamento di porpora, per Giove che questo condanna, dimmi, perché mi guardi come una matrigna o una belva ferita?’ 

Cosí con voce tremante pianse il fanciullo, quando impietrito fu spogliato, un corpo immaturo che avrebbe intenerito l’empio cuore dei traci. Canidia allora, che fra i capelli arruffati ha nodi guizzanti di vipere, ordina che su fiamme della Còlchide siano arsi cipressi funebri, caprifichi divelti dai sepolcri, uova di rospo viscido sporche di sangue, penne di civetta, erbe che vengono da Iolco o dall’Iberia, patria di veleni, e ossa strappate ai denti di una cagna. Sàgana intanto, discinta e con i capelli irti come riccio di mare o cinghiale in fuga, sparge in tutta la casa acqua del lago Averno. Veia, che non è distolta da alcun rimorso, scava a colpi di zappa la terra, gemendo per la fatica: qui seppelliranno il fanciullo con solo il capo che affiora, come chi nuota fuori dell’acqua ha solo il mento, perché davanti ai cibi sempre nuovi e freschi abbia a morire lentamente: col midollo estratto e il fegato inaridito si farà cosí un filtro d’amore, quando le sue pupille sbarrate sul cibo vietato si saranno spente. Era presente anche Folia, la riminese (cosí si crede a Napoli fra gli sfaccendati e nelle città vicine), che ama le donne come un uomo e per magia con l’incanto della sua voce strappa dal cielo luna e stelle. E Canidia, livida di rabbia, rodendosi coi denti l’artiglio del pollice, senza ritegno disse:

‘Dell’opera mia fedeli testimoni, Notte e Luna, regina del silenzio, al tempo dei sacri misteri, ora, ora assistetemi e l’ira divina volgete sulle case ostili. Mentre le fiere si nascondono negli orridi, abbandonate a un dolce sonno, fate che i cani di Suburra latrino contro quel vecchio traditore e tutti ridano, profumato cosí com’è di nardo, che migliore non saprei fare. Ma perché, perché non hanno effetto i veleni spietati della barbara Medea? con questi, in fuga, si vendicò della figlia del grande Creonte, la superba rivale, quando il peplo avvelenato, datole in dono, tra le fiamme rapí la sposa in fiore. Nessuna radice nascosta in luoghi impervi, nessuna erba m’è sfuggita, e il letto, in cui dorme, tutte le mie rivali dovrebbe per malia fargli scordare. Per gli incantesimi d’un’altra maga, ahimè, piú sapiente, se ne va libero. Ma ora, Varo, dovrai piangere a lungo: per effetto di un filtro inusitato correrai da me e a me tornerà il tuo cuore non piú attratto da cantilene marsiche. Filtro piú forte ti preparerò, piú forte te lo mescerò, visto che mi odi, e il cielo sprofonderà nel mare e su questo si stenderà la terra, se tu per me non arderai d’amore come la fiamma nera del bitume’. 

A queste minacce il fanciullo piú non tenta d’intenerire quelle scellerate, ma dopo lo smarrimento rompe il silenzio e lancia, come Tieste, la sua maledizione: 

‘I filtri non possono mutare il destino degli uomini, giusto o ingiusto che sia. Vi maledirò; e questa maledizione nessun sacrificio potrà espiarla. Quando, messo a morte, sarò spirato, innanzivi comparirò nella notte come un demone, larva che con gli artigli vi ghermirà il volto, perché questo possono i morti, e pesando sui vostri cuori inquieti, nel terrore vi ruberò il sonno. Nei villaggi da ogni parte la folla vi lapiderà, streghe maledette, e avvoltoi e lupi sull’Esquilino dilanieranno le vostre membra insepolte: questo dovranno vedere i miei genitori, che, ahimè, mi sopravviveranno’.

Giorgio Caproni

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della cìttà è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.

Sheep

Non vorrei urtare la suscettibilità di nessuno, ma vorrei esprimere il mio pensiero su alcuni atteggiamenti diffusi che stanno iniziando ad inquietarmi.

Sui social network è ormai prassi comune quella che un mio amico chiamava “la proprietà transitiva del belato”, cioé la vera e propria compulsività nel rendere “proprio” qualsiasi evento accada, anche se sono in palese contraddizione tra loro. Alcuni esempi:

“Giornata della memoria…” – SIAMO TUTTI EBREI
“Israele massacra i civili a Gaza…” – SIAMO TUTTI PALESTINESI
“Muore un motocicista” – ADDIO PICCOLO EROE
“Valentino Rossi evade il fisco” – CHI GUARDA IL MOTOMONDIALE E’ UN COGLIONE
“Si suicida un precario” – SIAMO TUTTI PRECARI
“Si suicida un operaio” – SIAMO TUTTI OPERAI
“Si suicida un piccolo imprenditore” – SIAMO TUTTI PICCOLI IMPRENDITORI
“Si suicida un omosessuale” – SIAMO TUTTI OMOSESSUALI
“Maltrattamento animale” – SIAMO TUTTI ANIMALISTI
“Buona cucina” – PERCHE’ SE NON C’E’ IL BACCALA’….
“Ogm” – SIAMO TUTTI AGRICOLTURA BIOLOGICA
“Precariato della ricerca” – SENZA LA RICERCA NON SI VA DA NESSUNA PARTE
“Facebook 1” – FACEBOOK E’ UNA MERDA, CHI STA SU FACEBOOK E’ UNO SFIGATO
“Facebook 2 – dopo un crash del sistema” – ARGH NON FUNZIONA FACEBOOK, ANDIAMO TUTTI SU TWITTER

e potrei andare avanti all’infinito.

Ma siamo sicuri di essere tutte queste cose ?

 

 

Da “Contro i capelli lunghi”, Pier Paolo Pasolini – “Corriere” 7 gennaio 1973.

Ed ecco che una sera, camminando per la strada principale, vidi, tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana, due esseri mostruosi: non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie. Che cosa dicevano questi loro capelli? Dicevano: «Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche. Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati ». Quei capelli lunghi alludevano dunque a «cose» di Destra. Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, che, se non si può proprio dire fascista nel senso classico della parola, è però di una «estrema destra» reale. Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre. Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le «cose» della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere. Provo un immenso e sincero dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani, assomigliano sempre più alla faccia di Merlino. La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda.

I BORGHESI

Quand’ero piccolo non stavo mica bene,

ero anche magrolino, avevo qualche allucinazione
e quando andavo a cena, nel tinello con il tavolo di noce
ci sedevamo tutti e facevamo il segno della croce.

parlato: Dopo un po’ che li guardavo mi si trasformavano:
i gesti preparati, degli attori, attori consumati che dicono
la battuta e ascoltano l’effetto.
Ed io ero lì come una comparsa, vivevo la commedia,
anzi no la farsa, e chissà perché durante questa allucinazione
mi veniva sempre in mente una stranissima canzone:

I borghesi son tutti dei porci,
più sono grassi più sono lerci,
più son lerci e più c’hanno i milioni,
i borghesi son tutti …

Quand’ero piccolo non stavo mica bene,
ero anche molto magro, avevo sempre qualche allucinazione,
e quando andavo a scuola mi ricordo di quel vecchio professore,
bravissima persona che parlava in latino ore e ore.

parlato: Dopo un po’ che lo guardavo mi si trasformava, sì,
la bocca si chiudeva stretta, lo sguardo si bloccava, il colore scompariva,
fermo, immobile, di pietra, sì, tutto di pietra, e io vedevo già il suo busto
davanti a un’aiuola con su scritto: “Professor Malipiero – una vita per la scuola”,
e chissà perché anche durante questa allucinazione
mi veniva sempre in mente una stranissima canzone:

I borghesi son tutti dei porci,
più sono grassi più sono lerci,
più son lerci e più c’hanno i milioni,
i borghesi son tutti …

Adesso che son grande ringrazio il Signore,
mi è passato ogni disturbo senza bisogno neanche del dottore,
non sono più ammalato, non capisco cosa mi abbia fatto bene,
sono anche un po’ ingrassato, non ho più avuto neanche un’allucinazione.

parlato: Mio figlio, mio figlio mi preoccupa un po’, è così magro,
e poi ha sempre delle strani allucinazioni, ogni tanto viene lì, mi guarda e canta,
canta un canzone stranissima che io non ho mai sentito:

I borghesi son tutti dei porci,
più sono grassi e più sono lerci,
più son lerci e più c’hanno i milioni,
i borghesi son tutti …ma!

 

G. GABER

(1971)